E’ finito il campionato ed è finita la Coppa Italia. E’ finita come l’anno scorso: Roma vice campione d’Italia e vincitrice del secondo trofeo. Se questo è il campionato più bello del mondo e se non è il più bello è sicuramente il più duro, bisognerà convincersi che la Roma è una regina assoluta di questa realtà e che la Coppa Italia è una coppetta solo per gli invidiosi, che in Italia sono più numerosi dei cinesi. Di più. Mentre l’anno scorso l’Inter ci staccò di svariati e in un certo senso imbarazzanti punti, quest’anno fino al 17° del secondo tempo dell’ultima partita di campionato la Roma era Campione d’Italia. Il superamento è arrivato al foto-finish. Vice campioni per un’incollatura, verrebbe da dire. E vincitori della Coppa Italia. Battendo sul campo, ancora una volta, la cosiddetta corazzata Inter. L’orizzonte presenta alcune nubi, un’incipiente, lontana foschia non rende ben visibile ciò che potrà accadere a medio termine, gli uccelli non volano così in alto come la serenità dell’attuale cielo consentirebbe loro. Il lupo fiuta l’aria e ciononostante pensa, parafrasando il grande hm, che la cosa importante sia cercare di vivere comunque con consapevolezza il proprio presente. Quindi, dà un ultimo sguardo agli avicoli che girano a quota medio bassa, alla foschia lontana e alle nubi all’orizzonte e, idealmente, decide di godersi il giusto momento da vice campione d’Italia e da vincitore di nove Coppe Italia – alla prossima ci sarà la stelletta sulla maglia, perfetto. Mi immagino quindi un portico ideale di una mia del tutto ipotetica casa situata in leggero rilievo, una collinetta verde che degrada fino al superbo mare dove l’occhio si perde e sogna, cullato dalla brezza, seduto comodamente sulla sedia di vimini, al riparo dal sole sotto il portico in legno, a sorseggiare un generoso bicchiere di Rosso di Montalcino, il tutto condito da cantuccini alla mandorla. (Se vogliamo sognare, perché non farlo in grande ?) Mentre sorseggio il rosso nettare toscano, e il sole filtra attraverso le assi del patio, sto con quello che c’è. Quello che c’è è molto. Le immagini della festa, un Capitano non giocatore perché infortunato comunque al centro del gruppo vincitore, vestito in borghese ma con la fascia da capitano al braccio e con la Coppa tra le mani. Un entusiasta balcanico che come in un film di Kusturica si impossessa della macchinetta medica e inanella giri di pista con il trofeo in mano. Insieme a lui su quel mezzo ci mancavano i fiati e gli ottoni di Goran Bregovic, ma è come se ne avessimo sentito il suono incessante e ritmato come al circo o allo sketch de “I bulgari” di Aldo Giovanni e Giacomo. Un cileno piccolo ma dal cuore tanto generoso che nel segno di Roma decide di rigenerarsi e rinunciando al suo nome dichiara che da oggi si chiamerà 24 maggio. Un simpatico guascone che, per sorte nato nella Gallia dei cesarici Aquitani, ha oggi definitivamente dismesso le originarie treccine per calarsi nei panni del trasteverino popolano di pinelliana memoria, sfrontatezza testaccina, coltello perennemente piantato sotto al tavolo dell’osteria e motteggi da incallito erede di Roma. Eddaje con l’accento transalpino. Capitano Nuovo che sorride beffardo e abbraccia la ormai “sua” curva, allontanando con l’ascia bipenne, senza dargli molta importanza, l’importuno giornalaio di turno che ha la sfrontatezza di interrompere il sacro rituale con arroganza e maleducazione, come giustamente rileva fratello qss. Il grande vecchio savonese, forte progenie del porto, che dopo aver girato mille mondi e vinto in mille lande qui ha finalmente trovato il suo centro esistenziale. Rosella che si commuove ed esulta come una ragazzina felice, finalmente libera. Il mitologico capoccione che tiene unita e rinserra da oriente a occidente, volando e lanciando reti invisibili con il suo linguaggio forbito e spiazzante, fatto di “intendimenti corretti”, “propositi perseguiti”, ormai epici “homportamenti giust’in campo”, questa fucina di Vulcano che da tre anni forgia incessantemente sul suo sapiente incudine, una materia solida e temprata dalle ripetute battute del mastro, incandescente acciaio infuocato di rosso e di giallo le cui scintille sprizzano estri finalmente liberati, passioni ben guidate, miglioramenti costanti conseguiti con sudore e impegno quotidiani, fiducia costruita giorno per giorno senza alcun risparmio di sé. Un’entità ben definita con un cuore e un’anima ben individuata. E poi il miracolo. Il miracolo che vede la fusione tra l’entità e il suo creatore: la Curva Sud, i suoi tifosi, quel popolo che da generazioni vive il proprio fuoco nel significato e nel segno di qualcosa che è immenso e unico ma che, come dice sempre qss, incardina la propria grandezza in una semplicità struggente, dove per comprendere basta essere in una piazza, sedersi, osservare, respirare. Comprendere. Cum-prendo. Conseguire insieme. Tutti insieme. Oggi c’è questo. Di doman non v’è certezza, è vero. Ma oggi è molto bello. E oggi va vissuto respirando a fondo quell’aria che inebria il Tribuno della Plebe e non solo lui. La storia della Roma vive oggi una fusione di intenti forse irripetibile, dove la fusione di esperienze si fonda sull’identità di obiettivi tra chi va in campo, chi organizza chi va in campo e chi segue con immutato slancio gli uni e gli altri nel nome di Roma. Non ci sono più barriere, non ci sono più ruoli. Il tifoso diventa giocatore perché il giocatore scende in campo come tifoso. La romanità, l’essere romanista si esprime ai massimi livelli perché anche se perdono ma giocano sino allo spasimo, dando il cuore in campo, i giocatori sanno che i tifosi romanisti, ormai fratelli di un unico legame con loro, li attenderanno al loro arrivo all’aeroporto. Condivisione. Condivisione di intenti. Comunione di intenti. In tutto questo, il mio pensiero va a due persone, Franco Sensi e sua figlia, l’AD Rosella. Si parla di loro in questi giorni “al passato”. L’ardore di un’attesa gioia che non si sa se arriverà o no ma proprio per questo fa trepidare, ci fa alle volte definire troppo sbrigativamente e male situazioni e rapporti che meritano invece, in ogni circostanza, ben altra considerazione. Dino Viola e Franco Sensi hanno restituito alla Roma il posto che le merita nella storia degli uomini. Fino all’aggravarsi della malattia, il combattente Franco Sensi ha lottato contro tutto e contro tutti. Sogno ma vivo, allo stesso tempo, anche in questo mondo; probabilmente, se avesse avuto più cospicui capitali e risorse finanziarie, anche un capitano d’industria come lui si sarebbe schierato dalla parte del più forte, già prima dell’era Moggi. La consapevolezza di non poter competere con certi poteri economici e con certi centri di potere ha fatto invece paradossalmente proprio la forza di Franco Sensi. “Avete vinto voi, ma non mi avrete come vostro complice” commenta un disincantato ex sergente Lo Russo in “Mediterraneo” di Salvatores. Così il grande Franco, e come con Viola prima di lui Trigoria diventa un fortino contro l’ingiustizia, contro la Triade, denunciando le storture del calcio italiano, a favore di regole certe e condivise. Trigoria e i romanisti capitale morale del calcio italico mentre al Nord, il decantato Nord del bello e del buono, scoppia Calciopoli. Amarezze, inganni, sgambetti, e lui invece niente, avanti dritto, imperterrito. Fino a pagare con la propria salute fisica tale gravoso dispendio di energie, solo contro tutti. E poi Rosella. La “regazzetta” che secondo i soloni del calcio nostrale sarebbe stata divorata in un sol boccone da Moggi, Galliani e compagni. Rosella Sensi passione fredda, lucida, determinata, che non ama né i riflettori né le grancasse. Che in silenzio si rimbocca le maniche e agisce. Con competenza, con rigore, con severità, incurante degli umori della piazza. “Ho un programma, c’è un progetto, sappiamo cosa dobbiamo fare”. Alzi la mano chi in passato non ha dubitato di tali affermazioni ripetute ad ogni piè sospinto. E invece Rosella lavorava in silenzio. Rosella per metà Fabio Massimo, Cunctator, colui che salvò Roma temporeggiando. Per l’altra metà, Elisabetta I, regina solitaria di un impero in pericolo che parla con i potenti, prende caffè con Girando sulla terrazza, chiacchiera di strategie con un mellifluo Galliani, ma, proprio come il gigante della storia d’Inghilterra, non cede la propria mano mai a nessuno. Gli altri pensano per debolezza. Lei invece sa di farlo per la Ragion di Stato, che per lei ha un nome solo: Roma. Ripeto: ormai costantemente vice campioni d’Italia, due Coppe Italia e una Supercoppa. Il pianto liberatorio di Rosella ha per me un ulteriore significato. La politica e la strategia di Elisabetta sono state coronate dal successo. Con sforzo, fatica e ostinazione quotidiana, malgrado tutto e tutti. Onore a Elisabetta regina, quindi. E adesso ? Mi scosto leggermente colla testa oltre il patio, per osservare nuovamente il cielo mentre mi verso un altro bicchiere di rosso. Le nubi lontane sono sempre là, il sole non le ha sciolte né ha sciolto l’avanzante foschia. Gli uccelli volano sempre più di rado. Elisabetta ha vinto, ma i forzieri dello Stato sono quasi a secco, almeno così dicono gli esperti. I coraggiosi corsari che siamo tutti noi, tifosi, giocatori, capoccione, Bruno che c’è n’è solo uno, Pradè, non riescono più ad avvistare galeoni spagnoli da conquistare moltiplicando al massimo tutti i propri sforzi in ogni battaglia, in ogni assalto, in ogni impegno. E senza l’oro spagnolo, si sa, la Corona vacilla. Ecco, stiamo osservando proprio questa Roma corsara, questa Roma d’arrembaggio, che è riuscita dove altre Rome che l’hanno preceduta non sono riuscite, a giungere fino al nocciolo duro dell’essere romanista, cioè lottare ogni giorno senza tregua cercando con il proprio cuore ed il proprio coraggio di sopperire al divario che la separa dalle ricchezze dei potenti del Nord. E’ stato grandioso e bello sentire ognuno di noi attori, ciascuno nella sua parte, consapevolmente responsabili di quel piccolo pezzetto di operosità, di contributo personale che era richiesto ad ognuno di noi e che ognuno di noi ha vissuto con dedizione totale. Senza risparmio. La necessità aguzza l’ingegno e spinge a superare i propri limiti. Come osserva l’amico Ortega, di cui vi riporto il link nella colonna qui di lato alla Sezione Amici del Romaclubpechino, la squadra degli zoppi è la più forte. Perché non s’arrende mai. Perché dove non arriva con la corsa, alla fine te tira appresso la stampella come Enrico Toti, pur di cercare di vincere. E’ questa la ragione per cui, con buon diritto, noi romanisti possiamo ragionevolmente osservare con signorile distacco dall’alto in basso chi viene ciclicamente favorito dalle proprie ricchezze e non dai propri meriti a fatica conquistati sul campo. Si parla di nuovi pretendenti al trono. Saranno capaci, se arriveranno, di apportare quell’oro così necessario ma ad un tempo stesso di saper conservare questo spirito romanista integro, puro, fuoco combattente e nobile ? Saranno onesti nei loro intenti e non vedranno invece nella Corona un’occasione per arricchirsi ancora di più e per poi fuggire, magari, all’improvviso con i forzieri sigillati in una di quelle lontane colonie che il coraggio dei corsari avranno nel frattempo conquistato? Certo sarebbe bello se, chiunque regga la Corona, riuscisse a mantenere questo miracolo emotivo che è oggi l’universo Roma. Scrive Davide sul blog di Paulo Roberto: “La cosa che ho pensato è che vedendo quella festa ho sentito che questa città ha il bisogno di scoppiare di gioia”. Spero che si riesca tutti, in un giorno non lontano, a far scoppiare questa città della gioia di cui ha fin troppo bisogno. Forza Roma al di là del tempo e dello spazio.
Ultimi Commenti